Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 3,7-12)
Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.
La comunità di Tessalonica è ancora turbata dal fanatismo di alcuni che predicano la fine di questo mondo e la venuta di Gesù che dà inizio ad una nuova umanità. Alcuni di loro convinti dell’imminente ritorno di Cristo pensano che sia inutile l’impegno nel lavoro. Perdono tempo in ozio e pettegolezzi vivendo alle spalle degli altri.
Paolo si rende conto che questa situazione peggiora gettando discredito su tutti i membri della comunità di Tessalonica. Preoccupato, interviene ed esorta i cristiani a condurre una vita responsabile e laboriosa, perché così si dà testimonianza di fede tramite il lavoro quotidiano, coniugandolo con la preghiera.
Paolo era fabbricante di tende e ha lavorato notte e giorno con le sue mani per non approfittare della generosità della comunità. Per lui l’indipendenza economica è motivo di orgoglio e dignità. Agli anziani di Efeso scrive: «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani» (At 20,34). Anzitutto ricorda loro l’esempio della sua vita, far tutto non solo per il Signore, ma con Lui e in Lui.
Vivere del proprio lavoro è necessario. Tutto è dono di Dio, ma l’impegno dell’uomo è indispensabile: Dio attende anche la nostra attiva collaborazione: «Dio che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te» (sant’Agostino).
La nostra partecipazione alla creazione richiede intelligenza e impegno che poi si estende alla nostra salvezza eterna. L’impegno nella storia fa parte della libertà con cui Dio ci ha chiamati all’esistenza: possiamo opporci a quel piano d’amore che ci porta alla nostra realizzazione. È Cristo, uomo perfetto, l’immagine di Dio a cui conformarci come cristiani.
«Ora et labora», motto ispirato alla Regola del nostro Santo Padre Benedetto, con questi due verbi diventiamo anche noi partner di Dio, con Lui ognuno porta a compimento il disegno della creazione e la costruzione del Regno di Dio.
Meditiamo:
- Qual è il mio atteggiamento verso il lavoro, soprattutto quello manuale?
- Forse anch’io spesso mi affanno senza concludere qualcosa di concreto?
- Come sto vivendo la mia attesa del giorno del Signore?
- Credo che sono stato creato per una vita infinitamente più bella?
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