Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 4,12-14.19-20)
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
La liturgia della Parola di oggi conclude con questo brano la lettera ai Filippesi meditata in queste quattro domeniche del tempo ordinario.
Ricordiamo che Paolo scrive, in carcere, alla comunità di Filippi. La vita da prigioniero è dura, lontano da coloro che ama e a cui è legato da un profondo rapporto spirituale. All’inizio di questa lettera abbiamo letto: «È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore […]. Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù» (cfr Fil 1,7-8). Nello stesso tempo Paolo esprime serenità e pace. Affida la propria vita a Cristo e si abbandona nelle sue mani perché ha sperimentato la sua misericordia quando si è manifestata a lui.
Questo è essenziale nella nostra vita di fede. Quando diamo a Dio il timone della nostra vita, riceviamo un lasciapassare che ci permette di entrare a far parte dei suoi amici: «voi siete miei amici, se farete ciò che vi dirò» (Gv 15,14). In ogni circostanza impariamo ad essere felici perché la forza del Signore è con noi come frutto dello Spirito Santo.
Paolo ringrazia i Filippesi perché il loro aiuto è un segno di partecipazione alle sofferenze che egli sopporta per il Vangelo, inoltre ringrazia per la fedele amicizia insieme alla loro collaborazione nella sua attività apostolica.
I Filippesi, aiutando Paolo, hanno offerto un sacrificio a Dio, si sono messi nella condizione di ricevere per mezzo di Cristo grazie ancora più grandi di carattere spirituale e materiale. I cristiani di Filippi sono convinti che tutte le loro opere, qualunque esse siano, hanno dato gloria a Dio mettendo in pratica l’insegnamento di Paolo, cioè proprio di lavorare per la gloria di Dio.
San Benedetto nella Santa Regola ci esorta sempre all’umiltà, un atteggiamento a lui così caro da scrivere un capitolo di 12 gradini per aiutarci a raggiungere la pienezza della carità percorrendo il suo tracciato. Inoltre, nel capitolo 57, ci ricorda di esercitare con «tutta umiltà» la propria arte all’interno del monastero, un’arte compatibile con i ritmi e gli orari del monaco perché sia strumento di santificazione subordinato all’obbedienza comunitaria, concludendo il capitolo esorta a che «in tutto sia glorificato Dio».
Meditiamo:
– che cos’è l’amicizia per me e come la coltivo? Cerco il mio benessere e tornaconto oppure no?
– come incoraggio le persone che soffrono la solitudine?
– ho l’abitudine di ringraziare Dio, almeno la sera per la giornata trascorsa?
– ognuno ha dei doni ricevuti da Dio, riconosco che essi siano stati dati gratuitamente dando a Lui gloria?
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