Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-419

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

Oggi la Chiesa ci offre la lettura dell’intero capitolo 9 del Vangelo di san Giovanni, si tratta di un’occasione unica perché questo episodio viene proclamato nella liturgia solo la IV domenica di quaresima (in Laetare) e solo nell’anno A, quindi, ci permette di meditare sul nostro percorso di fede che è unico e irripetibile, nell’unicità di ogni giornata anch’essa unica e irripetibile.

Vorrei invitarvi a immaginare la scena, ad entrarci dentro con la nostra immaginazione come suggeriscono tanti maestri spirituali. Proviamo a rileggere l’episodio in quest’ottica e intanto ci soffermiamo su alcuni punti.

Dai capitoli precedenti sappiamo che siamo a Gerusalemme, immaginiamo che stiamo sulla strada, ci sono le solite persone, gente che va e che viene, polvere, urla, schiamazzi, accattoni e via dicendo. A un certo punto un gruppetto di gente cappeggiato da un personaggio piuttosto carismatico, un certo Gesù, si avvicina a quel solito mendicante cieco dalla nascita che sta sempre al solito posto sulla strada, uno qualunque come tanti a Gerusalemme, ma Gesù si avvicina proprio a lui, fa qualcosa, del fango, glielo mette sugli occhi e lo manda da qualche parte.

Mettiamo in pausa la nostra narrazione per guardare meglio. Chi è questo cieco nato? Il vangelo non ci dice nulla di lui, sappiamo solo che è nato cieco e che i genitori sono ancora vivi. Perché è il protagonista? Perché nel cieco nato possiamo ritrovare la nostra cecità, come ci suggeriscono tanti padri. A che cosa siamo ciechi? Questo, a mio parere, ce lo suggerisce la prima lettura con l’episodio di Samuele che sceglie Davide. Samuele inizialmente non capisce, non vede il progetto di Dio e, davanti al primo figlio di Iesse perfettamente rispondente alla sua idea di re, è pronto a compiere il suo dovere e andarsene. Ma Dio ha un altro progetto e Samuele deve cominciare a vedere con gli occhi di Dio fino ad arrivare a Davide. Quindi, posso cominciare a dire che io sono cieca al progetto di Dio su di me, ma sono anche cieca dell’azione del diavolo su di me che compie esattamente il significato del suo nome, cioè cerca di dividermi da Dio, di allontanarmi da Lui. Qui mi identifico con il cieco nato. Perché? La prima domanda che fanno i discepoli a Gesù (avevano intuito che in lui ci fosse una certa sapienza[1]) è proprio: «chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?», è il secondo versetto.

Dobbiamo ricordare che nella cultura ebraica si studia molto la Torah e nell’Esodo (Es 20,5 e 34,7) e nel Deuteronomio (Dt 5,9-10) si dice proprio che Dio punirà i peccati di idolatria dei genitori nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. Ma sempre nel Deuteronomio (Dt 26, 16-19 prima lettura della messa di sabato della prima settimana di quaresima) e nel profeta Ezechiele (Ez 18, 21-28 prima lettura della messa di venerdì della prima settimana di quaresima) Dio ci dice che queste colpe possono essere espiate in vita praticando rettamente le leggi di Dio. Può sembrare strano, ma come dice Aafrate nelle sue Dimostrazioni, Dio cambia con gli uomini i patti che suggella nei vari episodi dell’Antico Testamento, per preparare l’uomo all’incontro con Lui, alla Nuova e unica alleanza che ci rende suoi figli, Lui è fedele, noi? Domanda aperta.

Quindi? Noi siamo strutturalmente peccatori (ce lo ricorda continuamente san Benedetto nella sua Regola), per via del peccato originale facciamo, con San Paolo, il male che non vogliamo (Rm 7,18-20), ma, per un amore immeritato abbiamo la possibilità, tramite l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio[2], di riconoscere questo peccato e di respingerlo da noi. Gesù conosce i cuori, conosce il cuore di quest’uomo e sa che ha cercato sempre di vivere secondo Dio nonostante la cecità ed è per questo che Gesù compie il miracolo (sal 72, 28)[3]. L’infermità di quest’uomo non è per una punizione, ma è ciò che permette la manifestazione della gloria di Dio, della sua luce.

Per cui fa del fango e lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe che significa inviato, viene proprio specificato. Molti padri (ad es. sant’Agostino e sant’Ambrogio) e la Chiesa stessa (cfr. Intercessioni del vespro del giovedì t.q. settimane dispari) definiscono questo atto una prefigurazione del battesimo. Quest’uomo riacquista la vista, può vedere, può cominciare a riconoscere veramente l’opera di Dio su di Lui, quanto aveva praticato per tradizione, per insegnamento ora lo può praticare consapevolmente, è un uomo nuovo, e ora viene addirittura inviato (Siloe) a testimoniarlo. Attenzione! Come ci fa notare sant’Agostino, quest’uomo, a differenza della Samaritana, non ha visto fisicamente Gesù, ancora, ma lo ha incontrato ha capito chi aveva davanti. Questa è la nostra esperienza: noi incontriamo Gesù in ogni istante attraverso le persone che ci circondano e attraverso le situazioni che abbiamo davanti, noi lo possiamo incontrare, la questione è essere come il cieco nato: disponibili e aperti a riconoscerlo, a non farci distrarre. Proseguiamo con il racconto.

Il cieco è stato inviato come pecora in mezzo ai lupi (Mt 10,16), non ha visto Gesù, ma crede alla sua azione e alla sua parola e si va a lavare dove ha detto lui e ci vede! Nell’interpretazione di sant’Agostino (Discorso 44 sul Vangelo di Giovanni), questa è la prima guarigione, quella fisica, ma che, aggiungo io, implica una responsabilità.

Quest’uomo, dunque, torna indietro forse per ringraziare, ci vedeva! Ma non c’è più nessuno, Gesù è andato via e con lui i suoi discepoli, rimane la gente di sempre che lo conosceva, cominciano a domandargli, a pressarlo, a voler sapere il perché e il per come. Lui fa l’unica cosa che può fare, fa continuamente memoria di quello che gli è successo: prima era cieco, ora ci vede, sa che Gesù lo ha guarito, ma non sa dove sia. La gente insorge, lo trascinano davanti ai farisei che già avevano il dente avvelenato e cominciano a fargli domande sempre più pressanti. Guardiamo questo poveretto davanti a gente che continua a chiedergli parafrasando: «ma come puoi credere a una cosa del genere? Goditi la vita! Cosa ti importa dirci una bugia, pensa a vivere bene, salvati l’anima! Dicci quello che vogliamo sentirci dire e non se ne parla più, ti lasciamo in pace a fare quello che vuoi, come vuoi e quando vuoi, ti va bene? E dai e su, sii buono!»

Noi cosa avremmo fatto?

Quest’uomo è stato inviato, quest’uomo è da solo, ma sa una cosa che è vera e non può negarla, prima era cieco e ora ci vede grazie all’azione di Gesù. Quello che gli è accaduto è talmente vero da dare pienamente senso a tutta la sua vita fin lì, non può rinnegarlo. Ma i farisei vogliono un’altra confessione, fanno venire anche i suoi genitori che, pur di rimanere nel loro status quo e non essere espulsi dalla società dell’epoca, non lo aiutano, ributtano tutto su questo figlio nato cieco, poi boh!

Ma la verità genera sapienza, il battesimo ci sostiene tramite la vita in Cristo e nella Chiesa con i sacramenti (confessione ed Eucaristia) a conoscere le verità di fede, a praticarle e a non rinnegarle, tanto che quest’uomo nuovo la sa lunga fino a dire ai farisei, e questo desidero rileggerlo tutto, «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (Gv 9, 30-33). Questo è troppo! Pazzo? No, molto ragionevole, perché sta alla verità della sua esperienza.

Quest’uomo viene cacciato dalla sinagoga, viene espulso dalla società, mi viene da dire che la sua morte sociale è come la morte fisica, tant’è vero che qui avviene la seconda visione di Gesù con la sua rivelazione.

Gesù lo cerca e lo trova!!! Vediamo, meditiamo, il grande mistero dell’amore di Dio che ci cerca per essere riconosciuto e amato… da una creatura che non vivrebbe se non fosse Lui stesso a dargli la vita in ogni istante! Che Mistero! L’uomo nuovo ora vede chiaramente Gesù e lo riconosce e si prostra davanti a Lui con la sua professione di fede. La forma breve di questa pericope si conclude qui, quasi con un happy ending, un finale felice dove sono finiti i problemi.

In realtà l’episodio si conclude riprendendo il tema con cui si è aperto: il problema del peccato implica un giudizio (san Benedetto ce lo ricorda continuamente). Ma qui dobbiamo fare una precisazione: giustizia nel linguaggio biblico significa essere giusti come Dio, traslato, santità[4]. Più volte Gesù nel Vangelo ci dice che praticare la giustizia è essere misericordiosi (cfr Mt 5, 20-26.43-48, vangelo della messa di venerdì e sabato della I sett. T.q.), è amare, è ultimamente imitare Gesù e tendere alla sua perfezione.

Noi spesso ci aspettiamo che Dio segua la nostra valutazione sulle persone e sugli eventi premiando e punendo secondo quello che noi riteniamo sia adeguato fare. Invece, no! Lui non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 18,23) e anche lui sia perdonato, perché appunto tutti siamo soggetti alla malvagità, alla cattiveria, ci piaccia o no. Questa diventa anche una promessa per me. Lui solo conosce i cuori e Lui solo potrà emettere il giusto giudizio sugli altri, ma soprattutto su ciascuno di noi. La giustizia che noi siamo chiamati a praticare qui e ora è la santità, cioè imitarlo correggendo con amore in base ai criteri di Dio impressi nel nostro cuore perché «se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5, 19-20).

Quindi, insieme al cieco nato, abbiamo incontrato Gesù, lo abbiamo riconosciuto, lo abbiamo testimoniato, abbiamo ragionevolmente aderito alla verità di questo incontro e ci dobbiamo preparare all’incontro definitivo con Lui, ma come?

Ci viene in soccorso san Paolo. Nel passo proposto della lettera agli Efesini ci dice: «Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore» e san Benedetto nel capitolo 4 della Regola ci fa un efficace elenco che varrebbe la pena meditare. Sicuramente quello che il cieco nato ci insegna anche da questo punto di vista è che noi siamo stati riportati alla luce[5] e siamo diventati tempio di Dio e questo tempio va custodito, siamo chiamati a combattere quei nemici che tentano di violarlo. Altro aiutino. San Clemente I, papa e martire, nella sua Lettera ai Corinzi, dice: «Dio che tutto vede ed è padrone degli spiriti e signore di ogni carne, che ha scelto il Signore Gesù Cristo e noi mediante Lui ad essere suo popolo, conceda ad ogni anima che implora il suo mirabile e santo nome, fede, timore, pace, pazienza e magnanimità, continenza, purezza e prudenza».

Ricordiamoci di invocare spesso il Santissimo Nome di Gesù per contrastare i pensieri maligni e vivere secondo la Parola di Dio per potere godere in eterno della visione beatifica di Colui che ci ama di un amore eterno e indistruttibile, come ha fatto il cieco nato. Non è una ricetta, ma una vita che si concretizza nel cambiare il nostro modo di pensare (Rm 12, 1-2), perché se noi ci convertiamo, Lui si convertirà a noi (Tb 13,5-6). Questa è la nostra gioia di questa domenica!


[1] Ma Lui è la Sapienza come abbiamo sentito in Sir 24, 1-8 la seconda domenica dopo Natale.

[2] L’uomo è l’unica creatura che può ascoltare e comprendere la Parola di Dio.

[3] Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, per narrare tutte le tue opere presso le porte della città di Sion.

[4] Come suggerisce Quartiroli nel suo commento alla Regola p. 33 commentando il capitolo 2 versetto 5.

[5] La I domenica t. q. ci ha immersi in questa luce.