Dal libro dell’Èsodo (Es 34,4b-6.8-9)

In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervíce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».

Oggi la liturgia è un canto di lode e di adorazione. Il mistero centrale della nostra fede oggi celebrato viene proclamato molte volte nella vita, basti pensare al Segno della croce. È il mistero di «Dio che è, che era e che viene» (Ap. 1,8).

È il nostro Dio adorato «in spirito e verità» (Gv 23,24). Questa rivelazione espressa da Gesù stesso alla samaritana è anche la volontà di Dio dichiarata a Mosè sul Sinai.

Dopo il peccato di idolatria con il vitello d’oro, Dio rompe l’alleanza con il popolo d’Israele. In questo testo Dio rinnova la promessa: si rivela a Mosè come un Padre amorevole, offre il suo perdono e la salvezza al popolo, Dio stesso riconosce la fragilità dell’uomo incline al peccato. La nube che scende sul monte è indice della presenza divina, ma ci ricorda che Dio non si può vedere con gli occhi, ma manifesta la sua gloria e si sente la sua voce (Mt 17, 1-9).

Già nell’Antico Testamento conosciamo che Dio è un Padre, come conseguenza lascia liberi e suoi figli. La libertà è la grazia di poter scegliere ciò che dà pienezza al nostro cuore. La presenza di Dio ci offre la libertà di poterci fermare di fronte a Lui, di riconoscerlo presente come Dio e Padre. È la grande testimonianza dei martiri e di tutti i santi. «A Dio è piaciuto prostrarlo con dolori» (Is 53,10); per volontà del Padre «Perdona perché non sanno quello che fanno» e Mosè «Fa’ di noi la tua eredità».

«Siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo» (Rm 8,17): è il grande mistero della volontà e della sapienza di Dio!

La Regola di san Benedetto ha in sé il timbro trinitario: il monaco o la monaca vive, tramite la preghiera, il mistero della Trinità. Con la liturgia comunitaria rendiamo culto e gloria perenne alle tre persone divine. La nostra vita è orientata a questa sorgente della fede cristiana che celebra e contempla senza sosta.

L’Ufficio divino, l’Opus Dei, è imbevuto di lode alla Trinità: «Al canto del Gloria, tutti si alzino in piedi in segno di amore e riverenza alla Santa Trinità» (RB 9,7).