Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 14,7-9)
Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
Ogni comunità di fedeli laici o religiosi ha in sé membri diversi fra loro, con ricchezza di carismi e pregi e anche di fragilità. Il cammino percorso insieme verso la stessa meta, con lo stesso obiettivo e con la stessa Regola forma la comunità e la rende una fraternità cristiana.
La comunità di Roma appare divisa tra forti e deboli. Questi ultimi erano così definiti da Paolo perché legati alle antiche tradizioni con digiuni e ascesi, mentre i forti, più maturi nella fede, si sentivano uniti all’unica legge dell’amore per il fratello. Sono persone libere grazie alla fede in Cristo crocifisso e risorto.
Paolo esorta entrambi – deboli e forti – all’accoglienza e alla comprensione: tutti apparteniamo a Cristo, nessuno deve cercare il proprio tornaconto e tutti dobbiamo camminare dietro a Cristo e al suo Vangelo. Per ben due volte Paolo ripete «per il Signore». La nostra unione fraterna deve essere alimentata dalla preghiera, da una relazione di amicizia con Gesù, il Signore, per il quale abbiamo lasciato tutto per servire Lui e i nostri fratelli dentro e fuori queste mura.
San Benedetto nel capitolo 64 della Santa Regola ricorda all’abate di usare «discrezione, madre di tutte le virtù, perché disponga ogni cosa in modo che i forti desiderino di più e i deboli non si rattristino per la loro debolezza» (v.19).
Comprendiamo bene anche la preziosità del capitolo 72 della Santa Regola dove san Benedetto scrive ancora: «si prevengano l’un l’altro, sopportino con massima pazienza le loro infermità sia fisiche che morali» e, conclude, «e lui ci faccia giungere tutti insieme alla vita eterna» (v.12).
Deboli e forti si completano, possiamo diventare pienezza, cioè specchio dell’azione di Dio, in noi e nella Chiesa. Deboli e forti rivelano il volto totale di Cristo nella storia. Sappiamo che la pienezza è la carità, forti e deboli camminano insieme condividendo i pesi gli uni degli altri e ci prepariamo così alla pienezza totale che si compirà in Paradiso. «Lui ci faccia giungere tutti insieme alla vita eterna» (v. 12), la pienezza nasce dall’essere colmati da Dio.
Meditiamo:
– Giudico la debolezza degli altri o la trasformo in amore secondo lo stile divino?
– Conosco la differenza tra valutare e giudicare?
– Credo che la sofferenza sia inseparabile dall’amore?
Signore, aiutaci ad essere pastori di anime e non giudici; poveri in spirito, capaci di unire fragilità e carità.
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